La Proclamazione


21 giugno 2013, ore 11,45. Nell’antica sede del Parco dell’Etna, l’ex Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena a Nicolosi, arriva dalla lontanissima Cambogia la notizia più attesa: l’Etna, “a Muntagna”, entra a vele spiegate nella World Heritage List, la lista del Patrimonio dell’Unesco. Il Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Phnom Penh, ha emesso con un consenso pieno ed entusiasta il suo verdetto sulla iscrizione del più alto vulcano attivo d’Europa. Nel giorno del solstizio d’estate, dunque, l’Etna diventa finalmente Patrimonio dell’Umanità e si realizza un ambizioso progetto nato vent’anni prima. É il quarto sito naturale italiano (dopo le Dolomiti, le Isole Eolie e il Monte San Giorgio) a fregiarsi dello straordinario riconoscimento.

La motivazione ufficiale


Il sito “Monte Etna” è stato iscritto nella World Heritage List in base al Criterio VIII tra i dieci indicati nelle Linee Guida operative per l’attuazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale. Secondo il Criterio VIII, il sito di eccezionale valore universale deve “costituire una testimonianza straordinaria dei principali periodi dell’evoluzione della terra, comprese testimonianze di vita, di processi geologici in atto nello sviluppo delle caratteristiche fisiche della superficie terrestre o di caratteristiche geomorfiche o fisiografiche significative”.

Questa la motivazione dell’iscrizione: “L’Etna è uno dei più attivi vulcani iconici del mondo e uno straordinario esempio di processi geologici continui e formazioni vulcaniche. Lo stratovulcano è caratterizzato dalla quasi continua attività eruttiva dai crateri del suo vertice e abbastanza frequenti eruzioni e colate laviche dai crateri e fessure sui suoi fianchi. Questa eccezionale attività vulcanica è stata documentata da esseri umani per almeno 2700 anni ed è una delle più lunghe registrazioni documentate al mondo di vulcanismo storico.

Il vario e accessibile assemblaggio di caratteristiche vulcaniche come la vetta dei crateri, i coni di cenere, le colate di lava, le

grotte laviche e la depressione della Valle del Bove hanno reso il Monte Etna una destinazione privilegiata per la ricerca e l’educazione. Oggi l’Etna è uno dei vulcani del mondo meglio studiati e monitorati e continua a influenzare la vulcanologia, la geofisica e altre discipline di scienze della terra.

La notorietà, l’importanza scientifica e culturale e il valore educativo sono di importanza globale”.

Per meglio comprendere “l’eccezionale valore universale” che ha portato al riconoscimento Unesco, va detto innanzitutto che il sito Mount Etna comprende 19,237 ettari del Parco dell’Etna. Con un’altezza di 3,340 m sul livello del mare, l’Etna è la montagna più elevata d’Italia a sud delle Alpi, la più alta dell’area centromediterranea e di qualsiasi isola mediterranea. Il sito candidato copre la zona di maggiore altitudine dell’Etna, che non è abitata. L’Etna è il vulcano più attivo al mondo in termini di frequenza eruttiva e il più alto vucano attivo d’Europa; la sua caratteristica morfologica predominante è la Valle del Bove, una grande depressione sul versante orientale del vulcano creata da un fianco collassato migliaia di anni fa e che adesso rappresenta una finestra sulla storia del vulcano.

É anche il più grande vulcano basaltico composito e copre un’area di circa 1.250 km2 sul livello del mare.

La documentazione scientifica relativa all’Etna risale al XVII secolo. Nel XIX secolo, famosi scienziati europei, quali Charles Lyell e Sartorius von Waltershausen, hanno condotto studi sistematici e la mappa di Waltershausen, della prima metà del XIX secolo, rappresenta la prima mappa geologica di un vulcano di grandi dimensioni.

L’UNESCO e la Convenzione per il Patrimonio Mondiale


L’UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization) è l’Organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite (ONU) per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e si occupa di tali valori da un punto di vista universale, tenendo conto dell’umanità nel suo insieme. È nata il 4 novembre 1946 a Parigi.

Il 16 novembre 1972, la 17.ma sessione della Conferenza generale dell’UNESCO, riunita a Parigi, adotta la convenzione per il Patrimonio Mondiale. La finalità della Convenzione è la protezione e la conservazione per le generazioni future, a livello internazionale, dei beni del patrimonio universale. La Convenzione afferma l’importanza, per tutti i popoli del mondo, della tutela di questi beni unici e insostituibili, indipendentemente dal popolo cui appartengono e il dovere per la collettività internazionale di partecipare alla protezione del patrimonio culturale e naturale di valore universale eccezionale, mediante un sistema di protezione collettiva. Da ciò nasce, quindi, la Lista del Patrimonio Mondiale o WHL (World Heritage List). Solo i Paesi aderenti alla Convenzione per il Patrimonio Mondiale possono proporre di iscrivere un sito nella WHL.

Il percorso di nomina per l’iscrizione nella WHL


Il primo passo che un Paese aderente deve compiere per iscrivere un proprio sito nella Lista del Patrimonio Mondiale è quello di fare un inventario dei siti più importanti del patrimonio naturale e culturale di eccezionale valore universale e quindi adatti per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale, situati all’interno dei suoi confini. Questo inventario è noto come Tentative List. L’inserimento in Tentative List deve avvenire almeno un anno prima della presentazione di una candidatura. Ogni anno gli Stati aderenti alla convenzione possono presentare la candidatura di un sito naturale e di un sito culturale o misto, scelti dalla Tentative List.

La candidatura dell’Etna


Per l’Etna, quindi, il percorso inizia ufficialmente a gennaio del 2011, con la proposta dello stato italiano dell’iscrizione del sito Monte Etna nella Tentative List e il successivo inserimento da parte dell’UNESCO.

Prosegue poi con la presentazione nel 2012 del documento di candidatura.

La documentazione di nomina, attraverso una complessa procedura formale che include una pluralità di soggetti, è stata presentata l’1 febbraio 2012 al Centro del Patrimonio Mondiale a Parigi, per la revisione e per la verifica della completezza.

La candidatura è stata avanzata solo dopo un anno dall’inserimento in Tentative List, cioè nel tempo minimo occorrente. Una volta ritenuta completa, la candidatura è stata inviata dall’UNESCO all’IUCN (Unione Mondiale della Conservazione della Natura) che, nel caso di candidature di siti naturali, è l’organo consultivo preposto alla valutazione.

L’IUCN ha incaricato più di dieci esperti per la valutazione della candidatura. Tra loro, Bastian Bertzky, geografo tedesco con un master in “Biologia della conservazione”, è stato l’inviato per la missione di valutazione di campo, ad ottobre 2012. La missione di campo prevedeva un program-

ma di visita che era stato prima esaminato dal Ministero dell’Ambiente, poi verificato sui luoghi insieme a un esperto del Ministero e infine inviato all’IUCN.

Sulla scorta dei rapporti degli esperti e del risultato della missione di campo, l’UICN esprime la propria valutazione. Una volta che un sito è stato proposto per la nomina e valutato, l’incarico di prendere la decisione finale sulla sua iscrizione passa poi al Comitato del Patrimonio Mondiale intergovernativo.

L’iscrizione del sito Mount Etna


Il 21 giugno 2013 il Comitato del Patrimonio Mondiale ha iscritto il sito naturale “Mount Etna” nella lista del patrimonio naturale mondiale UNESCO.

L’area oggi iscritta è quasi totalmente coincidente con la Zona A di riserva integrale del Parco, che racchiude i più grandi valori naturalistici e geologici dell’Etna, il più alto vulcano attivo d’Europa. In questa zona l’ambiente naturale è conservato nella sua integrità e cioè nella totalità dei suoi attributi naturali e costituisce la “Core Zone” del sito UNESCO. La “Core Zone” è circondata e tutelata da una più ampia area, definita “Buffer Zone”.

Nel territorio del Parco dell’Etna ricadono 9 SIC (Siti di Interesse Comunitario) e

4 SIC/ZPS (Siti di Interesse Comunitario/ Zone di Protezione Speciale), che rappresentano il 77% del sito UNESCO.

La maggior parte della core zone, al momento dell’istituzione del Parco, era già di proprietà pubblica, dei Comuni o dell’Azienda Foreste Demaniali. Dopo la sua istituzione, il Parco dell’Etna ha eseguito due importanti acquisizioni delle aree rimaste ancora di proprietà privata, per cui tutto il sito iscritto all’UNESCO è di proprietà pubblica, con confini precisi e segnati.

La Proclamazione


21 giugno 2013, ore 11,45. Nell’antica sede del Parco dell’Etna, l’ex Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena a Nicolosi, arriva dalla lontanissima Cambogia la notizia più attesa: l’Etna, “a Muntagna”, entra a vele spiegate nella World Heritage List, la lista del Patrimonio dell’Unesco. Il Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Phnom Penh, ha emesso con un consenso pieno ed entusiasta il suo verdetto sulla iscrizione del più alto vulcano attivo d’Europa. Nel giorno del solstizio d’estate, dunque, l’Etna diventa finalmente Patrimonio dell’Umanità e si realizza un ambizioso progetto nato vent’anni prima. É il quarto sito naturale italiano (dopo le Dolomiti, le Isole Eolie e il Monte San Giorgio) a fregiarsi dello straordinario riconoscimento.

La motivazione ufficiale


Il sito “Monte Etna” è stato iscritto nella World Heritage List in base al Criterio VIII tra i dieci indicati nelle Linee Guida operative per l’attuazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale. Secondo il Criterio VIII, il sito di eccezionale valore universale deve “costituire una testimonianza straordinaria dei principali periodi dell’evoluzione della terra, comprese testimonianze di vita, di processi geologici in atto nello sviluppo delle caratteristiche fisiche della superficie terrestre o di caratteristiche geomorfiche o fisiografiche significative”.

Questa la motivazione dell’iscrizione: “L’Etna è uno dei più attivi vulcani iconici del mondo e uno straordinario esempio di processi geologici continui e formazioni vulcaniche. Lo stratovulcano è caratterizzato dalla quasi continua attività eruttiva dai crateri del suo vertice e abbastanza frequenti eruzioni e colate laviche dai crateri e fessure sui suoi fianchi. Questa eccezionale attività vulcanica è stata documentata da esseri umani per almeno 2700 anni ed è una delle più lunghe registrazioni documentate al mondo di vulcanismo storico.

Il vario e accessibile assemblaggio di caratteristiche vulcaniche come la vetta dei crateri, i coni di cenere, le colate di lava, le

grotte laviche e la depressione della Valle del Bove hanno reso il Monte Etna una destinazione privilegiata per la ricerca e l’educazione. Oggi l’Etna è uno dei vulcani del mondo meglio studiati e monitorati e continua a influenzare la vulcanologia, la geofisica e altre discipline di scienze della terra.

La notorietà, l’importanza scientifica e culturale e il valore educativo sono di importanza globale”.

Per meglio comprendere “l’eccezionale valore universale” che ha portato al riconoscimento Unesco, va detto innanzitutto che il sito Mount Etna comprende 19,237 ettari del Parco dell’Etna. Con un’altezza di 3,340 m sul livello del mare, l’Etna è la montagna più elevata d’Italia a sud delle Alpi, la più alta dell’area centromediterranea e di qualsiasi isola mediterranea. Il sito candidato copre la zona di maggiore altitudine dell’Etna, che non è abitata. L’Etna è il vulcano più attivo al mondo in termini di frequenza eruttiva e il più alto vucano attivo d’Europa; la sua caratteristica morfologica predominante è la Valle del Bove, una grande depressione sul versante orientale del vulcano creata da un fianco collassato migliaia di anni fa e che adesso rappresenta una finestra sulla storia del vulcano.

É anche il più grande vulcano basaltico composito e copre un’area di circa 1.250 km2 sul livello del mare.

La documentazione scientifica relativa all’Etna risale al XVII secolo. Nel XIX secolo, famosi scienziati europei, quali Charles Lyell e Sartorius von Waltershausen, hanno condotto studi sistematici e la mappa di Waltershausen, della prima metà del XIX secolo, rappresenta la prima mappa geologica di un vulcano di grandi dimensioni.

L’UNESCO e la Convenzione per il Patrimonio Mondiale


L’UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization) è l’Organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite (ONU) per l’Educazione, la Scienza e la Cultura e si occupa di tali valori da un punto di vista universale, tenendo conto dell’umanità nel suo insieme. È nata il 4 novembre 1946 a Parigi.

Il 16 novembre 1972, la 17.ma sessione della Conferenza generale dell’UNESCO, riunita a Parigi, adotta la convenzione per il Patrimonio Mondiale. La finalità della Convenzione è la protezione e la conservazione per le generazioni future, a livello internazionale, dei beni del patrimonio universale. La Convenzione afferma l’importanza, per tutti i popoli del mondo, della tutela di questi beni unici e insostituibili, indipendentemente dal popolo cui appartengono e il dovere per la collettività internazionale di partecipare alla protezione del patrimonio culturale e naturale di valore universale eccezionale, mediante un sistema di protezione collettiva. Da ciò nasce, quindi, la Lista del Patrimonio Mondiale o WHL (World Heritage List). Solo i Paesi aderenti alla Convenzione per il Patrimonio Mondiale possono proporre di iscrivere un sito nella WHL.

Il percorso di nomina per l’iscrizione nella WHL


Il primo passo che un Paese aderente deve compiere per iscrivere un proprio sito nella Lista del Patrimonio Mondiale è quello di fare un inventario dei siti più importanti del patrimonio naturale e culturale di eccezionale valore universale e quindi adatti per l’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale, situati all’interno dei suoi confini. Questo inventario è noto come Tentative List. L’inserimento in Tentative List deve avvenire almeno un anno prima della presentazione di una candidatura. Ogni anno gli Stati aderenti alla convenzione possono presentare la candidatura di un sito naturale e di un sito culturale o misto, scelti dalla Tentative List.

La candidatura dell’Etna


Per l’Etna, quindi, il percorso inizia ufficialmente a gennaio del 2011, con la proposta dello stato italiano dell’iscrizione del sito Monte Etna nella Tentative List e il successivo inserimento da parte dell’UNESCO.

Prosegue poi con la presentazione nel 2012 del documento di candidatura.

La documentazione di nomina, attraverso una complessa procedura formale che include una pluralità di soggetti, è stata presentata l’1 febbraio 2012 al Centro del Patrimonio Mondiale a Parigi, per la revisione e per la verifica della completezza.

La candidatura è stata avanzata solo dopo un anno dall’inserimento in Tentative List, cioè nel tempo minimo occorrente. Una volta ritenuta completa, la candidatura è stata inviata dall’UNESCO all’IUCN (Unione Mondiale della Conservazione della Natura) che, nel caso di candidature di siti naturali, è l’organo consultivo preposto alla valutazione.

L’IUCN ha incaricato più di dieci esperti per la valutazione della candidatura. Tra loro, Bastian Bertzky, geografo tedesco con un master in “Biologia della conservazione”, è stato l’inviato per la missione di valutazione di campo, ad ottobre 2012. La missione di campo prevedeva un program-

ma di visita che era stato prima esaminato dal Ministero dell’Ambiente, poi verificato sui luoghi insieme a un esperto del Ministero e infine inviato all’IUCN.

Sulla scorta dei rapporti degli esperti e del risultato della missione di campo, l’UICN esprime la propria valutazione. Una volta che un sito è stato proposto per la nomina e valutato, l’incarico di prendere la decisione finale sulla sua iscrizione passa poi al Comitato del Patrimonio Mondiale intergovernativo.

L’iscrizione del sito Mount Etna


Il 21 giugno 2013 il Comitato del Patrimonio Mondiale ha iscritto il sito naturale “Mount Etna” nella lista del patrimonio naturale mondiale UNESCO.

L’area oggi iscritta è quasi totalmente coincidente con la Zona A di riserva integrale del Parco, che racchiude i più grandi valori naturalistici e geologici dell’Etna, il più alto vulcano attivo d’Europa. In questa zona l’ambiente naturale è conservato nella sua integrità e cioè nella totalità dei suoi attributi naturali e costituisce la “Core Zone” del sito UNESCO. La “Core Zone” è circondata e tutelata da una più ampia area, definita “Buffer Zone”.

Nel territorio del Parco dell’Etna ricadono 9 SIC (Siti di Interesse Comunitario) e

4 SIC/ZPS (Siti di Interesse Comunitario/ Zone di Protezione Speciale), che rappresentano il 77% del sito UNESCO.

La maggior parte della core zone, al momento dell’istituzione del Parco, era già di proprietà pubblica, dei Comuni o dell’Azienda Foreste Demaniali. Dopo la sua istituzione, il Parco dell’Etna ha eseguito due importanti acquisizioni delle aree rimaste ancora di proprietà privata, per cui tutto il sito iscritto all’UNESCO è di proprietà pubblica, con confini precisi e segnati.

Geologia


L’Etna presenta una combinazione rara e facilmente accessibile di paesaggi, di geodiversità e di fenomeni vulcanici. Per il suo valore scientifico, le bellezze naturali, culturali ed educative, è considerato un sito vulcanico rappresentativo.

Apparati vulcanici, tunnel di lava, campi di lava e grotte con particolari mineralizzazioni e altre morfologie, testimoniano la continuità di eruzioni dell’Etna nella storia umana.

Per la sua latitudine e altitudine, per la sua posizione insulare e per la sua imponente forma conica, si staglia contro il cielo, incomparabile a qualsiasi altro rilievo montuoso in tutto il bacino del Mediterraneo, per il suo clima e i suoi fattori meteorologici, per la sua morfologia con il suo aspetto unico e variabile legato sia all’attività vulcanica che alla degradazione esogena mostra paesaggi lavici mozzafiato, alternati a strati rocciosi e pendii, selvaggi e aspri; bellissimi coni di scorie e valli profonde con massicce pareti di lava. Questi aspetti testimoniano l’incessante attività vulcanica che, fin dai tempi antichi, ha caratterizzato il paesaggio geologico dell’Etna.

La sua genesi è strettamente legata all’evoluzione geodinamica del bacino del Mediterraneo.

La struttura, la chimica delle rocce vulcaniche, le condizioni climatiche e la presenza di piante e animali che interagiscono con il substrato, hanno determinato la storia evolutiva degli ecosistemi presenti sulle pendici dell’Etna.

La storia umana è testimone della sua intensa e persistente attività vulcanica generatrice di miti e leggende e di osservazioni naturalistiche che hanno reso l’Etna un sito di fama mondiale iconico.

 

Geografia e Geomorfologia


L’Etna è un particolare stratovulcano, alto circa 3.340 m, ubicato nella parte centro-settentrionale della costa orientale della Sicilia, nel distretto di Catania ed è attraversato dal 15° meridiano noto come Meridiano dell’Etna. (2.517.600 E 4.179.925 N Gauss Boaga East zone Datum Roma 40).

Si estende su una superficie superiore ai 1.250 km2, con un perimetro di oltre 135 km ed è delimitata dai Peloritani a nord, dai Nebrodi a nord-ovest, dal Simeto e dalla pianura alluvionale (Piana di Catania) a sud e sud ovest.

L’Etna è uno dei maggiori vulcani poligenici del mondo con un’impressionante valle tettonica denominata Valle del Bove (una tipica caldera vulcano-tettonica).

La costruzione dell’edificio vulcanico è stata interrotta da numerosi collassi calderici (subsidenza) nell’area dei crateri sommitali. La fase più recente di collasso è associata con la formazione della Caldera del Piano.

Tettonica


L’Etna rappresenta una speciale “finestra astenosferica”, in un’area dominata da processi tettonici di convergenza litosferica, che hanno probabilmente trovato sviluppo durante il Mesozoico, per effetto delle diverse velocità di apertura manifestatesi lungo la dorsale medio-atlantica.

La maggiore velocità di apertura lungo il segmento meridionale della dorsale rispetto alla velocità del segmento settentrionale, ha indotto un’accelerazione relativa del blocco africano rispetto alla massa continentale euroasiatica, imprimendo all’Africa una rotazione antioraria e portandola a serrarsi contro l’Eurasia. Tale collisione si è sviluppata attraverso una serie di eventi occorsi in tempi differenti (diacronici).

L’evoluzione del processo di convergenza tra Africa ed Eurasia ha conosciuto diverse fasi di collisioni determinando estesi fenomeni di subduzione e distensione nella crosta oceanica (Tetide), che hanno portato a un’intensa disarticolazione e frammentazione della struttura litosferica originaria, creando un mosaico di microzolle più o meno stabili, in movimento le une rispetto alle altre, nonché rispetto alle più estese placche africana ed euroasiatica. Il quadro dell’evoluzione dell’attività vulcanica quale tracciante dei processi geo-

dinamici nel bacino del Mediterraneo, rispecchia nella propria complessità quella più generale che caratterizza l’assetto neotettonico dell’area. Le manifestazioni vulcaniche che si sono succedute nell’ambito del bacino del Mediterraneo sono prevalentemente rappresentate da magmi ricchi in silice dovuti a processi di convergenza litosferica. 

Si sono peraltro sviluppate localmente situazioni di distensione tettonica che hanno favorito l’apertura di fessure distensive profonde nella crosta che permettono la risalita dall’astenosfera con la conseguente messa in posto di magmi anorogenici basaltici provenienti dal mantello superiore.

Una di tali aree è appunto rappresentata dal margine orientale della Sicilia, dove intense e continue manifestazioni eruttive

di natura basica si sono verificate sin dalla fine del Miocene, circa 10 milioni di anni fa. Queste manifestazioni hanno interessato una fascia che si estende nell’entroterra fino a 30-40 km dalla costa jonica e, spostandosi verso posizioni sempre più settentrionali, hanno raggiunto l’area dove oggi si trova l’Etna.

La discontinuità litosferica con orientamento NNO-SSE, lungo la quale si collocano le isole di Vulcano, Lipari e Salina, si estende verso Sud attraversando la Sicilia nordorientale da Capo Tindari a Giardini sulla costa ionica. Questa discontinuità strutturale, che prende il nome di “linea Tindari-Letojanni”, unitamente al sistema di faglie litosferiche che borda a oriente la Sicilia meridionale e che viene comunemente designato come “scarpata ibleo-maltese”, rappresenta la sede dei più frequenti e spesso disastrosi terremoti che hanno colpito la Sicilia orientale. L’attività vulcanica dell’Etna è fortemente condizionata dall’assetto tettonico regionale.

L’Etna rappresenta quindi una “risposta” al complesso processo di convergenza litosferica tra la placca africana a sud e quella euroasiatica a nord nonché ai molteplici eventi geodinamici che hanno caratterizzato il bacino del mediterraneo. Le migliaia di colate di lava, le immense quantità di

scorie, ghiaie, sabbie, ceneri, tufi emesse nel corso dell’incessante attività vulcanica di questa straordinaria macchina termodinamica naturale, hanno distrutto e in alcuni casi sigillato o semplicemente nascosto per sovrapposizione stratigrafica, i resti dei vari centri eruttivi preesistenti.

Vulcanologia


Le prime manifestazioni eruttive sono avvenute circa 600.000 anni fa, nel Pleistocene medio-inferiore tra Acicastello, Acitrezza, Ficarazzi, Capo Mulini in un immenso golfo marino attraverso eruzioni sottomarine che oggi costituiscono i prismi basaltici dell’isola Lachea e dei faraglioni di Acitrezza nonché l’imponente ammasso di brecce vulcaniche vetrose (Jaloclastiti) e di lave a cuscino (pillow-lava) su cui sorge il castello di Aci o le testate pentagonali del porto di Acitrezza.

Tali eruzioni hanno contribuito a riempire parzialmente il golfo pre-etneo. Il rinvenimento di affioramenti di argille azzurre siltose pleistoceniche a circa 700 m sul livello del mare nel versante nord orientale e l’esistenza di terrazzi marini e fluviali posti a varia altezza nei versanti sud orientale e sud occidentale, dimostrano il sollevamento complessivo dell’area Jonico-etnea a opera di quelle spinte tettoniche tutt’ora attive.

Tra i 350.000 e 200.000 anni fa, attraverso enormi fessure eruttive lineari, si poteva assistere alla formazione di imponenti bancate laviche tabulari estremamente fluide che in diversi punti raggiungevano oltre 50 m di spessore e che oggi ritroviamo sotto forma di ampie superfici terrazzate poste a quote variabili dai 600 ai 300 m sul livello del mare nell’area geografica su cui sorgono gli abitati di Valcorrente, S. Maria di Licodia, Biancavilla e Adrano.

Entrambi questi prodotti vulcanici (subacquei e subaerei) rappresentano le cosiddette Vulcaniti Tholeiitiche Basali e appartengono allo stesso periodo geologico al quale è da attribuire anche la rupe isolata di lave colonnari di Motta S. Anastasia. (Neck di Motta). Questi particolari Basalti pre-etnei hanno anticipato lo sviluppo dell’Etna propriamente detta.

Dopo un considerevole lasso di tempo (Pleistocene Superiore: 200.000÷100.000 anni dal presente), in seguito a processi fisico-chimici di differenziazione magmatica e a uno spostamento degli assi eruttivi verso nord e verso ovest e a mutamenti nel meccanismo di risalita e messa in posto, nonché nella composizione chimica dei magmi e nel tipo di attività, ebbe inizio il Vulcanismo detto delle “Timpe” che portò all’emissione di lave con cristalli evidenti e morfologia colonnare, con intercalati livelli di ceneri giallastre e scorie brunorossastre, originati dall’attività dei primi apparati vulcanici etnei a carattere centrale (Calanna) o di apparati fissurali ubicati lungo la costa attuale (Timpe). Questi prodotti vulcanici sono rappresentati da lave di tipo basaltico.

Nella periferia settentrionale della città di Catania mostrano andamento tabulare e coronano scarpate di paleofalesie marine di età Tirreniana, mentre lungo la Timpa di Acireale, sono sormontate da prodotti vulcanoclastici (conglomerati e brecce) in facies continentale e marina (tufi fossiliferi biancastri).

Un cambiamento ancor più radicale nei meccanismi di formazione e risalita magmatica, tra la fine del Pleistocene superiore e l’inizio dell’Olocene inferiore

(100.000÷60.000 anni fa), portò all’emissione di colate laviche alternate a livelli di scorie, brecce e lapilli, i cui affioramenti a reggipoggio formano le pareti occidentali e meridionali dell’attuale Valle del Bove.

Questi prodotti, unitamente ai corpi subvulcanici a giacitura subverticale con tessitura massiva e sviluppo di giunti colonnari, costituiscono i prodotti dell’attività dei Centri Eruttivi di Trifoglietto, Giannicola, Salifizio-Vavalaci e Cuvigghiuni e più a Sud, di Tarderia.

Prodotti lavici e vulcanoclastici attribuibili all’attività effusiva ed esplosiva del Centro Eruttivo dell’Ellittico, il cui asse eruttivo è localizzato all’interno della omonima caldera di collasso, (60.000-18.000 anni fa), costituiscono le colate e i livelli scoriacei e di brecce, che affiorano lungo le pareti occidentali e settentrionali della Valle del Bove. Nella parte apicale di quest’Unità, si distinguono delle Trachiti a facies di cupola e lave autobrecciate (M. Calvario) e colate di Foam di colore rossastro e fortemente vescicolate affioranti a Punta Lucia. L’area di Pizzi Deneri è caratterizzata da depositi piroclastici di caduta (sabbie, scorie e brecce scarsamente saldate rossastre e pomici giallastre, di tipo Benmoreitiche. L’area compresa tra Giarre e Valverde, presenta altresì gli stessi prodotti vulcanoclastici,

mentre tra Biancavilla e Ragalna, affiorano depositi di Debris flow ed epiclastiti laviche costituite da blocchi eterogenei di dimensioni metriche disperse in matrice arenitico-limosa.

Depositi di frammenti di lave a spigoli vivi, brecce vulcanoclastiche, lapilli, scorie, sabbie e bombe di dimensioni varie e a disposizione caotica, si rinvengono nei pressi di Milo, Ragalna, Biancavilla, S. Maria di Licodia, Montalto. In quest’ultimo sito, è possibile osservare una tipica colata piroclastica di tipo ignimbritico (estremamente acida). Lo smantellamento delle Unità denominate del Trifoglietto, ha dato origine a un’estesa conoide, costituita da depositi detritici alluvionali più o meno cementati e irregolarmente stratificati in banchi, costituiti da ciottoli e blocchi vulcanici litologicamente eterogenei immersi in una matrice sabbiosa nonché a tufi. Tali depositi spessi centinaia di metri, come hanno meglio chiarito le indagini geofisiche e le campagne oceanografiche, eseguite negli ultimi anni, affiorano estesamente nel basso versante orientale, tra gli abitati di Giarre e Riposto e sono localmente noti come “Chiancone”.

Fenomeni violentemente esplosivi e colate di fango devono essere occorsi tra la fine delle manifestazioni eruttive del Ca-

lanna e delle attività delle Unità del Trifoglietto (Giannicola, Salifizio, Vavalaci Cuvigghiuni e Tarderia) che hanno lasciato tracce in tutta l’area sudorientale dell’Etna dove affiorano estesi depositi di materiale tufaceo e lahaars, originatesi in seguito a colate di fango bollente (“Tufiti e lahaars inferiori”).

La Serra del Salifizio a est e quella delle Concazze ad ovest, delimitano l’enorme anfiteatro naturale della Valle del Bove dalla caratteristica forma “a ferro di cavallo” (perimetro circa 18 km area circa 37 km2), che rappresenta uno dei più affascinanti e selvaggi ambienti naturali dell’Etna. Il recinto calderico è costituito, a nord e a sud, da alte pareti scoscese, con altezze comprese tra i 400 e 1000 m. Queste pareti sub-verticali includono le testate di antichi banchi lavici, che con pendenze varie si immergono in direzione opposta alla Valle e costoni rocciosi, noti come Serre, costituiti da Dicchi magmatici (ossia intrusioni di lave lungo assi strutturali) messi in luce dall’erosione selettiva, che tagliano le formazioni geologico-stratigrafiche affioranti, e rappresentano gli antichi sistemi di alimentazione magmatica.

Alle Serre si alternano i Canaloni, incisioni vallive dove si accumulano i detriti provenienti dallo smantellamento dei banchi

lavici e che danno luogo, a valle, a conoidi di deiezione. Mentre gli orli delle pareti settentrionale ed occidentale digradano dolcemente rispettivamente verso est e verso sud, l’orlo della parete orientale presenta invece delle forti discontinuità, sotto forma di avvallamenti, in corrispondenza di profondi solchi vallivi che interessano il versante esterno della parete (Valle del Tripodo, Valle degli Zappini). Tali discontinuità sono il risultato sia di limiti stratigrafico-strutturali di differenti complessi eruttivi sia di “accidenti” vulcano-tettonici. In tempi molto recenti dal punto di vi-

sta geologico (Olocene medio-superiore:18.000÷10.000 anni fa) si sono determinate le condizioni per la costruzione del più imponente vulcano che le testimonianze geologiche ci hanno permesso di ricostruire, la cui altezza massima stimata era di 3880 m sul livello del mare. Gran parte delle formazioni vulcaniche presenti lungo il versante settentrionale e nell’alta Valle del Leone o i notevoli depositi tufacei di colore rossiccio di potenza superiori ai 10 m, che possiamo osservare percorrendo la strada provinciale che da Paternò conduce ad Adrano, in località Montalto di Biancavilla, rappresentano i prodotti emessi da questo Vulcano durante violentissime attività esplosive parossistiche che hanno dato luogo a immense colate piroclastiche con meccanismi di nubi ardenti e colate di fango bollente (lahaars).

Un vero e proprio cataclisma (14.000 anni fa) fece collassare la parte sommitale di quest’immenso edificio vulcanico formando la cosiddetta Caldera del Cratere Ellittico (4 km per 3 km). Pizzi Deneri a nordest e Punta Lucia a nordovest, rappresentano i resti dei bordi originali di questa depressione vulcanica.

Solamente molte centinaia di anni dopo la fine del vulcanesimo dell’Ellittico, nella parte sud della caldera, iniziò ad aversi

un’attività vulcanica che avrebbe portato all’edificazione del Mongibello recente o Etna, di cui si distinguono le colate e le vulcanoclastiti a morfologia superficiale degradata da quella ben conservata. Ripetuti eventi esplosivi parossistici di grande intensità avvenuti nel 8140 a.C.; 7100 a.C.; 6100 a.C.; 5000 a.C.; 4280 a.C.; 2840 a.C.; 1280 a.C.; 122 a.C., caratterizzarono le fasi giovanili di questa irrequieta montagna fumante. Alcuni di questi parossismi non furono nemmeno dipendenti dall’attività del Cratere Centrale, bensì dalle ultime fasi della formazione della Valle del Bove attraverso una ripetuta serie di svuotamenti di camere magmatiche superficiali.

Testimonianze geologiche recentemente acquisite da parte degli studiosi attraverso campagne oceanografiche al largo del mare Jonio, hanno consentito di ricostruire l’apocalittico evento vulcanico che 6000 anni prima di Cristo, fece collassare, per ragioni strutturali, verso il mare Jonio, buona parte della porzione terminale dell’Etna, provocando nubi di pomici e vere e proprie tempeste rasoterra di sabbie bollenti che carbonizzarono grandi estensioni di terreni. I prodotti di questi eventi estremi giunsero sino in mare attraverso colate di fango bollenti (lahaars) e anche in seguito a intensi fenomeni di disse-

sto dovuti all’attività torrentizia dei corsi d’acqua superficiali, determinando estese formazioni vulcanoclastiche soprattutto nel versante orientale che contribuirono a generare un immane tsunami nel Mediterraneo. Un vero e proprio cataclisma con la formazione di onde gigantesche che in poche ore colpirono le coste della Calabria, dell’Albania e della Grecia occidentale, per poi raggiungere l’Egitto e la Libia sino alle coste libanesi e siriane.

Attraverso il metodo radiocronologico del Carbonio 14 è stato possibile ricostruire un altro apocalittico evento vulcanico occorso nel 1280 a.C. (attività violentemente esplosive, oggi conosciute come attività sub-pliniane e caratterizzate dal deposito di estese coltri di materiali tufacei, talora formati con meccanismi di “nube ardente” o di colate di fango), del quale potrebbe essere rimasta un’eco in Diodoro Siculo, nella leggenda dei Sicani che avrebbero abbandonato la Sicilia orientale a seguito di continue eruzioni dell’Etna. È probabile che dietro questa notizia si nascondano in realtà i complessi fenomeni che determinarono la diminuzione dei siti archeologici nel Bronzo Medio e ancor più nel Bronzo Recente (1270-1050 ca. a. C.). Altro evento significativo è quello occorso nel 122 a. C., che

determinò la fondazione del grande Cratere del Piano.

Il dinamismo che oggi conosciamo sull’Etna si è stabilito da poco meno di 2000 anni. Nel 1669 si è originata l’ultima grande eruzione con le conseguenze che ben conosciamo.

Le eruzioni più recenti (2001, 2002-03, 2004-05, 2006, 2007, 2008 e molti parossismi vulcanici dal nuovo cratere di sudest durante 2011-2014), che si sono verificati nel sito sono da attribuire a quest’ultimo tipo di eruzioni esplosive.

Morfologie Vulcaniche


Centinaia di coni e apparati secondari, di sabbie, ghiaie e scorie vulcaniche, talora dalle dimensioni imponenti, isolati o allineati lungo fratture eruttive, rappresentano i punti di emissione di prodotti piroclastici generati durante un’intensa attività esplosiva delle bocche periferiche durante un’eruzione laterale e costituiscono una delle peculiarità della fisiografia generale dell’Etna, sui cui fianchi si sono spesso avvicendate numerose generazioni di genti che, imparando a convivere con la Muntagna, ne hanno modellato l’ambiente al punto da creare nuovi paesaggi rurali, sviluppatisi intorno all’agricoltura e all’allevamento, lasciando un’impronta indelebile attraverso segni inconfondibili e pregnanti nella strutturazione del territorio.

Le lave dell’Etna sono prevalentemente di tipo aa (termine onomatopeico hawaiano utilizzato per descrivere lave molto aspre, su cui è molto difficile camminare a piedi nudi), o di tipo pahoehoe (termine onomatopeico hawaiano utilizzato per descrivere lave cordate, su cui è facile camminare a piedi nudi), o lave a lastroni irregolari variamente articolate. Su questi campi lavici, si sono determinate le condizioni geologiche affinché si creassero sistemi di tubi di scorrimento lavico che

grazie all’isolamento termico, consentono alle lave di poter fluire su grandi distanze, alimentando fronti di lava fino a 10 km o più dalle bocche, nonché grotte vulcaniche originate da attività espansiva o da fratture (oltre 250 censite). All’interno delle grotte è possibile rinvenire diverse concrezioni mineralogiche peculiari e rare: finestre, striature, mensole, rotoli di lava e stalattiti di lava.

La Grotta del Gelo, la Grotta degli Archi, la Grotta delle Palombe, la Grotta dei Tre Livelli, la Grotta dell’Abisso del Profondo Nero, rappresentano alcune delle grotte più note dell’Etna. Esse sono state utilizzate dagli etnei fin dai tempi antichi come luoghi sacri o di sepoltura, come rifugi e anche come luoghi per conservare la neve (neviere) per poterla utilizzare in estate quando ancora non esistevano i frigoriferi.

Botanica


L’attuale vegetazione dell’Etna è determinata dall’influenza di vari fattori come la natura vulcanica del suolo, il clima e le attività umane.

Il paesaggio che ne deriva è particolare. Comunità vegetali vicine le une alle altre possono essere del tutto differenti: accanto a boschi e praterie possiamo vedere campi coltivati e nere distese di lave recenti. Su queste ultime la vita vegetale è costretta a ripartire da zero, riavviando il lento ma tenace processo di colonizzazione, anche con la possibilità che nuovi eventi eruttivi lo azzerino per imporre un ulteriore riavvio, in un ciclo senza fine.

Alle alte quote si affermano piante endemiche, cioè esclusive dell’Etna perché specificamente adattate a questi ambienti difficili.

In relazione all’altitudine, è possibile identificare diverse fasce di vegetazione. Dai 1000 ai 1450 m sul livello del mare incontriamo la fascia Sopra-Mediterranea caratterizzata dalla presenza di Querce caducifoglie e sempreverdi, Pino e Castagno. Le pinete di Pino laricio nei secoli sono state favorite dall’uomo mentre il Castagno è stato proprio introdotto dall’uomo. Dai 1450 ai 2000 m sul livello del mare, ci troviamo nella fascia Montano-Mediterranea,

detta del Faggio. Questa specie sull’Etna ha i popolamenti più meridionali d’Europa e, nel contempo, raggiunge le quote più elevate, crescendo fino ai 2300 m.

Le attuali faggete, oggi molto frammentate, sono un relitto di quelle ben più estese presenti durante l’ultima glaciazione, quando il clima era più umido e freddo.

Nella stessa area, sul versante orientale è presente la Betulla, Betula aetnensis, considerata dagli studiosi specie endemica.

Dai 2250 m sul livello del mare fino ai limiti della vegetazione pioniera c’è la fascia Alto-Mediterranea, caratterizzata da una vegetazione discontinua dominata dai cuscini di Spinosanto Astragalus siculus, altra specie endemica. L’area più elevata è formata da comunità molto povere di piante pioniere. Sui costoni rocciosi crescono, il Crespino Berberis aetnensis e il Ginepro Juniperus hemisphaerica e, più in basso, la Ginestra dell’Etna Genista aetnensis e l’Adenocarpus bivonii. Sopra i 2450 m sul livello del mare la vegetazione diventa sempre più sporadica ed è formata da specie pioniere endemiche come Rumex aetnensis, Anthemis aetnensis e Senecio aetnensis. Alla quota di 2900-2950 m sul livello del mare, le poche piante specializzate a vivere in queste difficili condizioni sono costantemente sottoposte alla continua

produzione di gas e materiali rocciosi di diversa grandezza.

Al di sopra di questa quota, nessuna forma di vita vegetale riesce a sopravvivere: è questa la zona dei coni terminali, dai 30003050 m fino alla cima. Questa ultima fascia è definita “deserto vulcanico”, qui il vulcano regna indisturbato.

Zoologia


L’Etna è un territorio unico in Europa e nel Mediterraneo: foreste, aree umide, praterie, costoni rocciosi formano un mosaico ambientale esclusivo. Per tale ragione la fauna etnea è ricca e diversificata, inoltre alcune specie mostrano specifici adattamenti ecologici.

Attualmente la fauna etnea è costituita da circa 800 specie di vertebrati e invertebrati. Molti mammiferi in via di estinzione hanno trovato rifugio sulle pendici del vulcano, così è accaduto al Gatto selvatico, all’Istrice, alla Martora, alla Crocidura, il minuscolo Toporagno siciliano.

In particolare, nel territorio del Parco dell’Etna le popolazioni di Gatto selvatico, un carnivoro molto raro e quasi scomparso nel corso dell’ultimo secolo, sono in evidente incremento.

Alle diverse quote, è possibile avvistare molti uccelli stanziali e migratori. Tra questi l’Aquila reale, la Coturnice dell’Etna, il Falco pellegrino, il mimetico Succiacapre, la Calandrella, le cui popolazioni sono in declino in molti paesi europei. Specie di rilevante interesse sono il piccolo Codibugnolo siciliano, che alcuni autori considerano specie endemica siciliana, e il Crociere che vive nelle pinete etnee a Pinus laricio.

Sull’Etna sono presenti nove specie di rettili che richiedono una protezione rigorosa, fra questi la Testuggine di Hermann e quella acquatica.

Il maggior numero di specie endemiche è fra gli insetti. Fra i Coleotteri alcune specie hanno messo a punto specifici adattamenti come il Lionychus fleischeri focalirei (Carabidae) che vive alle quote elevate nei canali di scorrimento delle acque, il Medon perniger fraudulentum (Staphylinidae) che vive nei boschi, Buprestis aetnensis (Buprestidae) tipico delle pinete e l’Attalus aetnensis (Melyridae), comune nelle praterie montane. Fra i Lepidotteri, l’Aurora dell’Etna Anthocaris damonae, presente solo sul nostro vulcano, e la

piccola Lysandra icarius, osservata in Sicilia esclusivamente presso il Rifugio Citelli.

Questa biodiversità animale, di grande interesse culturale e scientifico, costituisce un patrimonio per le successive generazioni e deve essere preservata insieme agli ambienti che la ospitano. Habitat di particolare importanza faunistica sono le grotte vulcaniche che si sono originate in diverse epoche, dalla preistoria fino a oggi.

Nelle numerose grotte etnee vivono molti animali che si sono adattati alla vita ipogea. Uno studio condotto in 36 grotte ha portato a scoprire 65 specie, 35 delle quali vivono solo in grotta. Molte di esse sono relitti di specie estinte fuori dall’ambiente sotterraneo e la loro presenza rende le grotte etnee habitat preziosi che richiedono una specifica protezione.